Sequenze di immagini da uscite sul campo. Non selezioni di portfolio — racconti visivi di una giornata, di un'attesa, di un incontro.
"Ci sono luoghi dove la fotografia consiste nel rincorrere gli animali. E poi c'è un piccolo capanno di legno dove succede l'esatto contrario: sei tu ad aspettare che sia la natura a decidere quando mostrarsi." Sono le cinque del mattino quando parcheggio l'auto. L'aria è già sorprendentemente calda e il sole è ancora nascosto dietro la vegetazione. Ogni volta penso di sapere cosa mi aspetta. Ogni volta mi sbaglio. Il sentiero è breve, ma gli ultimi metri li percorro quasi trattenendo il respiro. La porta del capanno si apre lentamente, lo zaino trova il suo posto, il treppiede si allunga e davanti a me compare uno specchio d'acqua ancora immobile. Da questo momento non comando più io. Comanda la natura.
Le prime ore sono le più silenziose.
L'acqua cambia colore minuto dopo minuto mentre il sole inizia a filtrare tra i canneti.
All'inizio arrivano le specie più comuni. Folaghe, germani, gallinelle d'acqua.
Poi il silenzio viene interrotto dal battito d'ali di un airone.
Non c'è alcuna garanzia che si posi davanti al capanno.
Può fermarsi per pochi secondi oppure sparire senza concedere nemmeno una fotografia.
Ed è proprio questo il bello.


Molti immaginano la fotografia naturalistica come una continua sequenza di scatti.
La realtà è molto diversa.
Per ore non succede assolutamente nulla.
Si ascolta il vento.
Si osserva la luce cambiare.
Si studiano i comportamenti.
Si aspetta.
Ed è durante quell'attesa che impari davvero a conoscere un ambiente.
Ogni movimento nell'acqua, ogni richiamo lontano, ogni ombra tra i canneti racconta qualcosa.
La macchina fotografica, in fondo, diventa quasi secondaria.
Poi, senza alcun preavviso, tutto cambia.
Un martin pescatore attraversa il capanno come una freccia.
Un cavaliere d'Italia atterra proprio davanti alla finestra.
Un'airone rosso compare dal nulla.
Oppure un gruppo di giovani folaghe esce dalla vegetazione seguito dai genitori.
Sono momenti che durano pochissimo.
L'adrenalina sale, il dito cerca il pulsante di scatto e la mente prova a rimanere lucida.
In pochi secondi si decide il risultato di ore di attesa.


Ogni volta esco dal capanno con qualche immagine nuova.
Ma non è quello che porto davvero a casa.
Porto con me la sensazione di aver osservato la natura senza disturbarla.
Di aver assistito a comportamenti autentici.
Di essermi adattato ai ritmi di un ambiente che non ha alcun interesse a compiacere chi lo osserva.
Ed è forse questa la lezione più importante che il capanno continua a insegnarmi.
La natura non si conquista.
Si aspetta.
E quando decide di concederti qualcosa, quel momento vale infinitamente più della fotografia stessa.